Ipotesi sulla denominazione "Riccia"

Sulle origini di Riccia ci sono ancora molto dubbi. Lo storico Berengario Amorosa sostiene che il nome attuale deriva da una colonia di armati romani provenienti da Aricia che si sarebbe stabilita lí dove oggi sorge Riccia. Di certo, c'é solo che Riccia esisteva ai tempi romani e che nella zona chiamata "Piano della Battaglia" si é combattuto, o, almeno vi sono stati dei soldati.
Il vecchio nome "Aricia" subí successivamente cambiamenti e divenne, nel corso dei secoli, Aritia, Saritia, Ritia, fino a quando ebbe la sistemazione definitiva in quello di Riccia.

·  Passato storico di Riccia

Il borgo ebbe notevole sviluppo e godette di una larga agiatezza quando, colonizzato il Sannio per opera di Sila, il suo territorio fu assegnato ai coloni romani. Caduto l'impero romano, il paese subì il duro regime delle conquiste barbariche.
Nella seconda metà del secolo sesto fu compreso nel Ducato di Benevento. Nel 642 vi pervennero gli Schiavoni, scampati all'eccidio del duca Rodoaldo, nella battaglia dell'Ofanto.

·  La dominazione del principi De Capoa

Le notizie su Riccia diventano certe nel Medioevo, quando passó sotto la dominazione dei De Capoa, conti di Altavilla, che costruirono un superbo castello con otto torri, di cui e rimasta soltanto quella centrale. I feudatari avevano anche il privilegio della zecca, ne é ancora testimonianza la casa della zecca, un fabbricato di bello stile, conservato in buone condizioni.
Nel 1397 il principe Andrea De Capoa vi condusse sua moglie, la regina Costanza Di Chiaromonte, giá sposa, ripudiata, del re Ladislao di Durazzo.

Sotto Bartolomeo di Capua, i rapporti con il napoletano divennero piú stretti. Si ritrovano tuttora costruzioni di Bartolomeo di Capua come il Palazzo Marigliano a Napoli che venne eretto nel 1513 dall'architetto Giovanni Donadio (detto il Mormando), quale dimora di Bartolomeo di Capua, Principe della Riccia e Conte di Altavilla. Si presenta nelle pregevoli forme dell'architettura rinascimentale napoletana, vivacizzate nella facciata dall'alternanza dei bianchi e dei grigi di marmo e piperno e dalle finestre di diverse dimensioni. Sulle cornici che decorano il secondo ordine è inciso il motto MEMINI. Nel XVIII secolo diversi interventi hanno in qualche modo snaturato l'originaria simmetria, data soprattutto dall'alternanza di pieni e di vuoti. In tale periodo, infatti, il portale venne sostituito con uno dalle forme più semplici, ma soprattutto furono aperte nel basamento delle aperture per alloggiare nuove botteghe. All'interno, il salone conserva i resti dell'affresco di Francesco de Mura (Carlo di Borbone salvato nel 1744 da Bartolomeo di Capua nella battaglia di Velletri), andato quasi interamente distrutto durante i bombardamenti del 1942. Un'iscrizione sotto la volta ricorda che nel 1701 il palazzo fu teatro della congiura di Macchia. Il palazzo è sede della Soprintendenza Archivistica della Campania. (Francesca Del Vecchio)

L'ARTE A RICCIA

Il nostro paese conserva monumenti ed opere d'arte che vanno dal lontano medioevo, al rinascimento all ' arte monastica.

Le chiese di Maria  S. S. Assunta e dell'Annunziata conservano, entrambe, cimeli della diruta chiesa di san Giovanni Battista. I portali sono costruzioni tipicamente romaniche, forse del XIII secolo in pietra ben levigata e finemente lavorata.

Il portale dell'Assunta ha sulle colonne delle decorazioni di foglie e due leoni che sembrano stiano a guardarsi, al di sopra si innalza un frontone che lascia posto ad una lunetta semicircolare, decorata nel contorno da un costolone a spirale. All'interno della chiesa c'é da ammirare la cappella del Santissimo.

Il portale dell'Annunziata presenta, invece, sulle colonne laterali decorazioni di foglie e tre teste di animali (a sinistra: un leone, un coniglio ed un colono; a destra: due teste di cani ed un leone).Sulle colonnine poggia un arco che termina a punta e decorato da due file di filari. La chiesa fu fondata e costruita dagli Schiavoni nel 1378.

La chiesa di Santa Maria delle Grazie, detta del Beato Stefano, all'interno, é come divisa in due parti dall'arco di pietra postO al centro. Il contrasto tra le due parti é così netto che alcuni autori fanno riferire la parte più antica e più ricca di motivi ornamentali all'antica cripta della chiesa di san Giovanni Battista. La volta a croce, ben delineata da costoloni di pietra; nelle pareti vi sono quattro tombe della famiglia De Capoa. La parte anteriore e disadorna. La facciata, in puro stile rinascimentale toscano, ha ai lati larghe colonne scanalate che partono da terra per sorreggere il frontone; un bel portale e il rosone sono gli unici elementi che appaiono sulla pietra grigia.

Di stile rinascimentale sono anche i due altari del Santuario del Carmine, in pietra nostrana scolpita a mano, con decorazioni geroglifiche.

L'arte onastica é da ammirare nella chiesa dell'Immacolata Concezione: altari in legno intarsiato a mano racchiudono le pale di san Nicola, dell'Immacolata e di san Michele; motivi geometrici, floreali, colonne, frontoni, il tabernacolo a base esagonale con cupola arabesca e i capitelli slanciati ed eleganti dimostrano quanta maestria e laboriosità usavano i monaci.

Gli edifici piú importanti sono il granaio che presenta nella sua lunghezza un loggiato con ampie finestre panoramiche e l'antica zecca, con originale cortile quattrocentesco

 

Feste Tradizionali

Nel giorno di San Giuseppe perdura ancora l' usanza delle tredici pietanze. In questo. giorno molte famiglie invitano tre poveri: una donna, un anziano, un ragazzo, rappresentanti la Sacra Famiglia. Le pietanze sono tredici, numero corrispondente ai tredici privilegi di san Giuseppe e sono: maccheroni con la mollica, agrodolce, legumi, baccalà ed altri intingoli tutti conditi di magro. Alla fine del pranzo vengono dispensati "i cavezune", pasta a sfoglia imbottita con pasta di ceci e miele.

Altro piatto tipico locale é la pasta fatta in casa che si identifica in modo particolare ne "i ciufele".

Nella notte di san Silvestro i giovanotti con tamburelli, pifferi e bufù, rallegrano le famiglie, improvvisando stornelli augurali: " i maitenate".

Per Carnevale si fanno mascherate e si preparano dolci tradizionali: zeppole, strufoli e fiadoni.

Per Pasqua si usano preparare "i peccellate" e :" i casciatelle".

La sera di san Vitale, per le vie del paese si accendono i fuochi. I ragazzi fanno ressa attorno alla fiamma. Quando essa si sostituisce alla brace, si leva alto un inno a san Vitale.

Il folklore ha la sua manifestazione più caratteristica nei festeggiamenti in onore di sant'Agostino patrono di Riccia, con:

La prima domenica di agosto, all ' imbrunire, nella zona medioevale, illuminata da fiaccole, sfilano arcieri e sbandieratori nei loro tipici costumi, mentre la gente si ristora con vino e pannocchie lessate in grosse caldaie sparse lungo i vicoli del borgo.

A ottobre, carri allegorici, addobbati di uva e trainati da buoi, asini o trattori, girano per le strade del paese per contendersi ricchi premi e mosto delle più rinomate cantine dei dintorni

Lo spirito di conservazione delle generazioni passate ci ha consentito di ricostruire e di rivivere le usanze, gli usi, i costumi e le tradizioni del popolo riccese. Nel folklore vive la Cultura, la Storia e il passato della gente riccese.

I pittoreschi costumi costituiscono un importante elemento etnico: dal tessuto delle gonne ("i vunnélle",di panno pesante) ai ricami, dalle tele ai "falzettune" (lo scialle).

I costumi, inoltre, erano ricci d'ornamenti, specialmente quello indossato nei giorni di festa. Le donne si ornavano con ori; spilloni, collane: tutti bellissimi esempi di ciò che gli artigiani locali erano capaci di fare.

Appunti grammaticali.

Nome. - Se si eccettuano i nomi tronchi, tutti gli altri hanno la vocale finale muta; e se sono sdruccioli, diventa muta anche la penultima vocale. Esempi: menestr', nas', prevt', tavl' In tal caso il plurale dei nomi o e indicato dall'articolo, come: a ceras' i ceras', a gliann i gliann', a jallin' i jallin; ovvero è determi- nato da un cambiamento interiore della parola stessa, mutando il suono della vocale tonica. E cosi tutti i nomi che al singolare terminano in one e ore, fanno al plurale in une e ure. Esempi: canzone, canzune, dutore, dulure. Sorge-(topo) fa al plurale surge; invece morge (rupe) nan muta. Non di rado il plurale si ottiene per paragoge, come: u nite (il nido) i nètere (i nidi), u dite (il dito) i dètere (le dita), u titte (il tetto) i tèttere (i tetti).

Inoltre i nomi maschili diventano femminili o mediante l'ar- ticolc, come: u jatte (il gatto), a jatte (la gatta); o cambiando la vocale tonica i in e e u in o, come: ninne (fanciullo) nenne (fan- ciulla), muscille (gattino) muscelle (gattina), lupe (lupo) lopa (lupa); o mutando la pronunzia della vocale tonica da stretta in aperta, come: u signóre (il signore) a signòre (la signora), u valió6e (il ragazzo) a vagliòle (la ragazza), u pullastrélle (il pollastro) a pul- lastrélle (la pollastra), u vécchie (il vecchio) a vècchie (la vecchia).

Molti nomi maschili diventano, nei corrispondenti nomi dia- lettali, femminili, come: il basto a varda, il bucato a culate, il camino a ciummenera, il panciotto a cammesciola. Altri che in italiano sono feluminili, diventano maschili in dialetto, come: la trappola u mastrille, la pillola u p1nnele, la pulce u poce.

Il nome dell'albero non differisce mai da quello del frutto, e quindi se l'albero e femminile, anche il frutto segue lo stesso genere e vicevcrsa. P. es.: a mènnele (il mandorlo), u pire (il pero), a cerase (il ciliegio), a percoca (il pesco), u mile (il melo), u cu- tugne (il cotogno), esprimono anche il frutto.

I nomi si alterano modificando la desinenza in one, ucce, elle, illo, ecchie, come: canmiscie (camicia) cammescione (camicione), cavalle (cavallo) cavallucce (cavalluzzo), strèttele (vie strette) stret- telelle (vie molto pih strette), frèscene (poco) frescenillo (pochetto), corne (corna) curnecchie (cornette), poste (chiodi da ferrar giumenti) p.6stecchie (chiodi piú piccoli).

Articolo. - Nel dialetto riccese abbiamo i seguenti articoli determinativi: u (il, lo), a (la), i (i, gli, le) ed infine 1' per quei nomi maschili o femminili che cominciano per vocale. Esempi: u pane, u stuppete, a neve, i marite, i fèmmene, i strille, I'oglie, I'dneme. Come si vede, 1' articolo al plurale e unico per entrambi i generi. Gli articoli indetcrminativi sono: nu (un), na (una) e 71' (nu, un'); per es.: nu vecchie, na vecchia, n'occhie, n'arte.

Articolo.ggettivo.-Seguc, su per giu, nelle sue variazioni le regole esposte pel nome, e concorda sempre con esso, per es.: vaglióle vritte (ragazzo sporco) vagliòla vrette (ragazza sporca), marite béUe (marito bello) mugliera bèlle (moglie bella), ninne rósse (bambino grosso) nenna ròsse (bambina grossa), cutine fute (stagno profondo) acqua fota (acqua profonda).

In generale l'aggettivo si pospone al sostantivo, tranne quando debbasi precisare una determinata qualita del nome. Esempi: na bona gliola (una giovinetta virtuosa), na figliola bona (una gio- vinetta fisicamente ben fatta).

L'aggettivo Sante non si accorcia mai, salvo innanzi a nomi maschili che cominciano per c e g molli, per es.: San Geseppe, San iuvanne, San Cipriano ecc. Si dice pure San Petre.

Il comparativo si forma usando cchiú piú) ed il superlativo Dssoluto rarissimamenle esce in isseme, ma anteponendo al positivo le parole troppe. assaie. Il relativo segue la regola italiana, come: u cchiú belle (il piú bello).

Anchc l'aggettivo puo essere alterato come: 'mbriache (ub- briaco) 'mbriacone (ubbriacone), bone (buono) bonarelle (mediocre- mente buono), janche (bianco) jancastre (biancastro).

Fra gli aggettivi indicativi si possono registrare lc seguenti variazioni. Ai dimostrativi questo, cotesto e qello rispondono ncl maschilc singolare ed in ambo i generi del pluralc quiste, quisse e quille, c nel femminile singolare queste, quesse c quelle. Ai pos- sessivi maschili singolari e plurali rispondono meie, teje, seje con la prima e stretta; e ai femminili, invece, mia tia sia nel sin- golare, e le stesse voci dei maschili, ma con l'e ap.erta, nel plu- rale. In luogo dei poBSeBBiVi mio e tuo, mia c tua Bi pospongono ai nomi di parentela gli affissi me e te. Esempii: scereme (mio suocero), màmmete (tua madre), liglieme (mio figlio), sòrdete (tua sorella), sir.dete (tuo padre). Nel vocativo dicesi tebtaseje e mam- masie per (figlio mio e figlia mia). Per le altre specie non esistono grandi differenze morfologiche.

Pronome.- I pronomi personali io e noi escono in ie e nvj o nuje, tu non cambia, voi esce in Vlbj o vuJe. A persone di ri- guardo, invece del tu o vuj, si d de]l'ussurie (vosignoria). Mi, ci ti vi mutano l'i in e; se cambiasi in ze. In luogo di egli e usato il latino is di ella jessa. A costoro cotestoro coloro rispon- dono quistie quissie e quillie. I pronomi relativi che abbiamo. sono che, chi, gn'ome (chiunue). Mancano quale e CU2.

Verbo.-Tlltti i presenti degl'inHniti soo tronchi. Esempi: parld (parlare), gud (godere), pat (patire). Si eccettuano gli sdruccioli ¢he sebbene apocopati, conservano 1' accento, come: vènne (rendere), Zgge !leggere), scrive (scrivere), rìre (ridere). I gerundii terminano in anne se di prima coniugazione, in enne se di seconda e terza, come: cammenanne (camminando), vat- ténne (batterdo), vullènne (bollendo). Il participio passato escc in uto nella seconda e terza coniugazione, in ato nella prima, come: 'sciuto (uscito), leggiuto (letto), fujuto (fuggito), magnato (mangiato),

Il passato remoto ha le 3 persone in aze e azere nei vcrbi di prima coniugazione, in eze e ezere in quelli di seconda, in ize e izere in quelli di terza, cosi: cammenaze e cammenazere (cnm- minò e camminarono), faceae e facezere (fece e fecero), remenize e remenizere (rivenne e rivennero). Il futuro non esiste, e si usa l'indicativo, come nelle proposizioni: rai parte (domani partiro); I'anne che be, ce ne jame a Mereche (i'anno che viene, co ne nn- dremo in America).

Il congiuntivo è usato rarissimamente, e piu spesso nel suo imperfetto. Esempi: Cumme se nen fusse (come se non fosse). Se l'avesse, tu darrie (se l'avessi, te lo darei). Il condizionald é usato in tutte le sue voci come: le faciarrie (io farei), tu te magnarrisse (tu ti mangeresti), quille cammenarrie (quegli camminercbbe), nuie arrevarrimme (noi arriveremmo), vuie jarriste (nndreste), quiZlije ze spusarriene (quelli si sposerebbero). Anche l'imperativo prc- sente e usato regolarmente, per esempio: Damme a mana (dammi la mano); magne (mangia tu).

Spesso le voci dei verbi essere ed avere 8i scambiano, quAndo entrano come ausiliarii nella formazione dei tempi composti dci verbi attribulivi, come: eie o aggie parZate e so parlate (ho par- lato e sono parlato), m'eie recurdate e me so recurdate (mi ho ri- cordato e mi sono ricordato).

Noteremo qui le varianti di essere ed avere e di alcuni verbi irregolari.

Essere. -Sò (sono singolare), si (sei), seme (siamo). sete (siete), sonno (sono plurale), fozi (fui), fuste (foiti), foze (fu), fuzemme (flmmo), fuzeste (foste), fu:erene (furono), si (sii), fusse (fossi o fosse), fusseme (fossimo), fuste (foste), fussere (fosscro), sarrie (sarei o sarebbe), sarristi (sarcsti), sarrieme (saremmo, sar7-iste (sareste, sarriene (sarebbero), esse (essere).

Avere. -Aggie o eje (ho), aveme o eme (abbiamo), ete (avete), enne (hanno), avei (ebbi), avisti (avesti), aveze (ebbc), ebbeme (avemmo), aviste (avesti), avezene (ebbero), tu avissi (tu avessi), aviste (aveste), avarr& (avrei o avrebbe), ccva,rrisse (avresti), avar- rie (avrebbero), avarrime (avremmo), at,arriste (avrestej, ava7rieno (avrebbero), ave (avere).

Andare. - Vaje (vado). jame o jamme (andiamo), jate (an- date), ji (andai), isti (andasti), ize (andò), jemme (andammo), jeste (andate) jerne (andarono), issi (andassi), isse (andasse), isseme (andassimo), iste (andaste), issene (andassero), jarrie (andrei o an- drebbe), jarrissi (andresti), jarrime (andremmo), jarriste (andre- ste), jarriene (andrebbero) ji (andare).

Dare. -Denghe (do), dii (dai), demo (diamo), dete (date), deti (diedi), disti (desti), deze (diede), diste (deste), dezere (diedero), darria (darei), darrissi e¢c. come andare.

Fare. -acemo (facciamo), fa,cete (fate), faciste (facesti), fa- ceze (fece), facerene (fecero), facissi (facessi), faciarria (fArei), faciarrissi ecc.

Stare. -Steie o stengo (sto), stii (stai), steme (stiamo), stete (state), stiedi (stetti), stisti (stesti), steze (stette), stiste (steste), ste- zere (stettero), stissi (stessi), starrie (starei), starrisse ecc.

Dovere. -Duveme (dobbiamo), duvisti (dovesti), duveze (do- vè), duviste (doveste), duvezere (doverono), duvissi-(dovessi), du- varrie (dovrei), duvarrissime ecc.

Dotere. -Pozzo (pO8SO) pU (puoi), po (può), puteme (possia- mo), putete (potete), punne (possono), puteze (pote), putiste (poteste), pu3za tu (possa tu), putissi (potessi), putarria (potrei), putar- rissi ecc.

Volere.- Vu' (vuoi), vo' (vuole), vuleme (vogliamo), vulete volete), vunne (vogliono), vulei (volli), vulisti (volesti), vuleze (volle), vuliste (voleste), vulezere (vollero), vulissi (volessi), vular- rie (vorrei, ecc.

Varianti di alcune particelle indeclinabili. Preposizione.-De (di), pe (per), 'n (in), ccata dal greco xxx (da, presso), cu (con), ncoppe (sopra), attu7re (attorno), doppe (do- po). - Le preposizioni articolate seguono le stesse varianti degli articoli.

Avverbio.- Sci o sine (sì), nell (non), forze (forse), mo (ora), decche (qua), dòchete (costa).

Congiunzione.- Cumme (come), accuscì (così).

Modi eclamativi.- Oh Dio ! Oh Madonna ! Mamma mia ! Tata meje ! Oh che dulore ! Pover' a me ! Mnnaremè ! Vlllesse Die ! Nen meglie mai Die !

Non ci fermiamo di piu sulle parti invariabili del discorso, che, salvo alcuni modi avverbiali, seguono le regole comuni. Piuttosto non sara inutile accennare agli accidenti generali fone- lici a cui va soggetta la parola, entrando a far parte del dialetto. Anzitutto notiamo che la massima parte delle nostre parole dialettali sono terminate in e muta. Molte altre raddoppiano co- stantemente la consonante iniziale, come: rre (il re), cchiu (piu), eeata (da, verso). Ora faremo sommariamente rilevale altri mutamenti.

L'aferesi avviene in molte parole, come: 'recchie (orecchia), 'stu (questo), 'pare (dispari), 'nalata (insalata).

L' apocope è coatante negli intiniti presenti, come abbiamo vi3to, ed anche nei nomi propri, allorche sono vocativi, come: Gese (Giuseppe), Paquà (Pasquale), Lu (Luigi); ed anche nc' nomi familiari, per es.: Ta (tata, padre), ma (mamma), cumpd (compare).

L'epentesi è pure in uso, e la riscontriamo in molte parole, como: prèvete (prete), ealeeagne (calcagno), ballecone (balcone), ca- ve30ne (calzone), vòlepe (volpe), zúlefe (zolfo), saveeicce (salsiccia).

L' epentesi non ha regole sse, come: poce (pulce), doee (dol- ce), lene (legna), toche (tossico).

La metatesi e anche frequente, come: crapa (capra), cerqua (quercia), teche (fegao), preta (pietra), straporo (trasporto).

Abbiamo pure molti casi di paragoge, come }nna-nzi abbiamo notato, parlando dei numeri del nome. 'on mancano altresi casi di sincope, come: parid (spar[pagl]ia[re]), vanid (van[egg]ia[re]), manià (mAn{egg]ia [re] ) .

Ci resta da dire qualche cosa sui due suoni, chiuso ed aperto, delle vocali e ed o. Ma sono tanti i vocaboli dialettali, che le contengono, da riucir difflcilc tissare In nostrn attenzione su tutti. Occorrerebbe, in proposito, un dizionario di tutte le parole che hanno l'accento tonico sullc dette vocali, per notarne con accento grave od acuto il rispettivo suono. Ma a que- sto lavoro che esce dai limiti del notro asunto, potrà dedicarsi, in appresso, qualche studioso giovine riccese, a cui non mancano ne mezzi nè tempo per compierlo.

E qui chiudiamo questi brevi appunti di grammatica dialet- tale, icuri che gioveranno ai lettori non riccesi a meglio inter- petrare le citazioni in lingua vernacola, che siamo stati costretti a fare nel folk-lore.